Ma davvero la Formula 1 disputata in tribunale è meno avvincente di quella su pista?

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Ovvero, come il popolo italico ami soprattutto vincere. Ci riflettevo oggi, dopo aver dato un’occhiata all’articolo del Corriere sul disastroso GP di Malesia: gara interrotta prima del tempo, punti soltanto ai primi cinque classificati, il dato-per-spacciato Button ancora in vetta, Ferrari a zero punti in questo Gran Premio, Ferrari a zero punti nel campionato. «In 2 gare, il Mondiale 2009 ha già offerto il peggio del repertorio» scrive l’anonimo giornalista nell’articolo. Che poi è la verità, in appena un paio di settimane c’è già stato tutto: polemiche, squalifiche, ricorsi e ambiguità varie; come quella dei diffusori montati dalla Brown e tutte quelle case fino ad ieri sottovalutate e che si sono trovate – quest’anno – a dominare ogni gara. Chi di dovere (la Fia) deciderà a tempo debito (il 13 Aprile). Però fa ridere vedere il cambiamento nella coscienza collettiva (per non dire dei commentatori più o meno qualificati): se fino a due settimane fa si inneggiava alla regolarità, alla Formula 1 corsa in pista e non in tribunale, adesso le spoglie aule del foro sono diventate l’unica, vera attrattiva. Uno spettacolo che, perlomeno, non si ferma al trentatresimo giro e che da gioie quasi quanto una vittoria sul campo.

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