Michael Jackson senza bisturi (e vitiligene)

Si torna a parlare di Michael Jackson. Perchè nonostante le tragedie (addirittura due – questa e questa – oggi), la morte di Jacko continua a fare notizia e infiammare le prime pagine di tutti i giornali. Da qualche giorno gira sul web l’immagine sopra: una rielaborazione grafica di come sarebbe diventato Jackson a 44 anni, senza operazioni e malattie. Già, ho usato il termine “malattie” perchè ultimamente è scoppiata pure la polemica sulla vitiligene, la malattia della pelle di cui avrebbe sempre sofferto Jackson e che l’avrebbe portato allo sbiancamento completo della pelle: notizia confermata dallo stesso Jackson, ma mai dimostrata. Proprio la mancata “certificazione” (strana, perchè avrebbe messo definitivamente fine allo spiacevole equivoco) ha diviso l’opinione pubblica tra diffidenti e chi ritiene impossibile uno sbiancamento artificiale. Ritornando invece all’immagine sopra, senz’altro non sarà molto attendibile (è stata elaborata a partire da una foto in cui Jacko era ancora molto giovane) e i realizzatori avranno voluto sottolineare i “miracoli” della chirurgia plastica, ma la differenza tra le due foto è abissale. Il dubbio è sempre lo stesso: ne è valsa la pena?

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Restaurant City, pochi semplici trucchi per il successo

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Chi bazzica un po’ su Facebook conoscerà senz’altro Playfish, la software house che sta dietro alle applicazioni più celebri del social network: Who has the biggest brain (impietosamente abbandonato dopo la prima fallimentare partita), Pet Society (delizioso ma terribilmente monotono) e Restaurant City. Proprio quest’ultima applicazione è una delle più recenti e, come suggerisce il nome, è un semplice simulatore di ristorante. E rischia di diventare quella a più alto rischio dipendenza.
Le chiavi del successo di Restaurant City, perlomeno per quanto mi riguarda, sono poche ma efficaci. La prima è la possibilità di realizzare un avatar decisamente carino: non sarà una feature indispensabile, però con pochissimi passaggi è possibile creare un omino (o una donnina, ovviamente) somigliante, grazioso e tutto in 3d da sfoggiare nel profilo. Come insegna poi Pet Society, è possibile pure rifargli tutto il guardaroba spendendo le stesse monete virtuali guadagnate grazie al ristorante. Altro elemento di forza è la possibilità di reclutare gli amici: tutto il personale deve essere scelto tra i contatti del giocatore; a loro non cambia niente – non sono obbligati a giocare, insomma – ma noi possiamo vedere sgobbare giorno e sera gli amici (e magari far fare la fame a chi tanto amico non è). Infine, elemento essenziale, la facilità di gioco: non si deve fare praticamente niente. In Restaurant City si comporta come una sorta di acquario: ci sono i clienti che vanno e vengono, i cuochi che si danno da fare, i camerieri che corronno su e giù per il (microscopico) locale… e basta. Eppure è impossibile togliere lo sguardo da quel micromondo in continuo fermento. E dove si serve zuppa alle quattro del pomeriggio.

Cosa porto in vacanza?

valigeVogliamo spararci un bel post chilometrico sul rapporto tra internet e vita quotidiana, sui vantaggi introdotti dalla Rete e su quali di questi siano reali e non svantaggi sul lungo periodo? Direi di no, decisamente. Però permettetemi di segnalarvi l’applicazione online defenitiva: The Universal Packing List. In parole povere è un generatore di lista-delle-cose-da-portare-in-vacanza: avete in progetto di passare l’estate al mare? Basta andare sul sito, selezionare un paio di impostazioni (giorni, temperatura prevista, preferenze) e avrete immediatamente un elenco di oggetti che non potete assolutamente dimenticare. Stessa cosa, ovviamente, si può fare per ogni tipo di vacanza abbiate in mente. Oppure basta prendere carta e penna e farsi tutto quanto da soli. Cinque minuti per un risultato decisamente più accurato e pertinente… molto meglio, no? Però il fascino del computer/robot che fa tutto il possibile immaginabile è oltremodo affascinante. Ci porterà alla distruzione?

PS: Eh sì, la visione di Wall•E invita alla riflessione 😉

Wall•E (dagli umani che hanno creato Alla ricerca di Nemo e Ratatouille)

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Mentre il mondo impazzisce per Up, io mi sono visto per la prima volta Wall•E. In mostruoso ritardo (il film è uscito nei cinema ad Ottobre, in home video a Febbraio), ma l’ho visto. Che dire? Wall•E è un film che spiazza, sorprende lo spettatore; qualunque sia l’aspettativa dello spettatore… bè, verrà disattesa. Non è un film per bambini, assolutamente. Però non è neanche un film per un pubblico maturo: è semplicemente dedicato a tutti, senza essere troppo child-oriented (niente scenette da quattro soldi, ecco) o pesante. Non è pesante neanche nei 45 minuti iniziali – quelli completamente muti, in cui Wall•E è da solo o in compagnia dell’altrettanto “taciturna” EVE – tantomeno quando l’azione comincia a prendere piede, sebbene anche qua le parole si contino sulle dita di una mano. In effetti Pixar ha fatto un ottimo lavoro riuscendo a realizzare – con ottimi risultati – un film praticamente muto nel ventunesimo secolo, ma questa è solo una delle tante imprese impossibili brillantemente riuscite. Un’altra, ad esempio, è l’espressività dei protagonisti: seppur con un character design poco accattivante (paradossalmente Wall•E ed EVE sono fin troppo realistici), le animazioni hanno saputo fare il miracolo di rendere viva ogni macchina. Dal buono ed ingenuo Wall•E alla EVE tutto pepe, ogni personaggio è caratterizzato alla grande. La storia in sè è invece la più classica delle storie d’amore: senza fare spoiler, posso dire che si evolve nel più classico dei modi – con tanto di scontato lieto fine. Lo stesso lieto fine (vagamente incoerente) che coinvolge la popolazione umana e la Terra: la critica all’inquinamento e, soprattutto, all’obesità perde in questo modo un po’ di efficacia.
Wall•E rimane comunque un capolavoro dell’animazione, capace di competere con i lungometraggi “tradizionali” e – soprattutto – sorprendere. Sempre e comunque.

PS: Menzione a parte per gli splendidi titoli di coda. Belli e geniali.

Michael Jackson

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La morte di Michael Jackson è la notizia del giorno. Probabilmente, anche dell’anno. Senz’altro trasversale: tutti, nessuno escluso, è rimasto colpito dalla notizia e tutti, in qualche modo, sentono il bisogno di partecipare al lutto. Jackson era ampliamente criticabile. Questo è forse l’aspetto più rilevante: le operazioni chirurgiche, la condotta di vita, l’eccentricità, le accuse di pedofilia, il volto sfigurato; tutti elementi che portavano a deriderlo, compatirlo e – perchè no – disprezzarlo. Fino ad oggi, perchè la morte – specie quando giunge così all’improvviso – rende tutti più umani, sia noi che commentiamo con più o meno partecipazione che chi ci lascia. La morte cancella davvero ogni colpa? No, però in parte è giusto che sia così. Che Michael Jackson sia ricordato per quello che ci ha lasciato, non per quello che si presume abbia fatto.
Impressionante è anche l’affetto dei fan e del web in generale: basta dare un’occhiata su Google Trends di oggi. Sui 100 termini più cercati su Google, moltissimi sono dedicati a Jacko; curiosamente però tra i primi cento manca la keyword più semplice: “michael jackson“. A voi le conclusioni*.

* A me piace immaginare che – a differenza di altre star di minore spessore – nessuno abbia bisogno di cercare il suo nome per capire chi è Michael Jackson. 🙂

Ads #2: Green Day e i graffiti promozionali

Non sono mai impazzito per i Green Day, nonostante l’ultimo singolo – 21 guns, qua il video – sia veramente valido. Quella sopra è invece l’inedita campagna promozionale australiana per il loro ultimo album: graffiti sparsi per tutta Sydney (e non solo) raffiguranti la copertina del disco. Efficace e, soprattutto, a costo (quasi) zero: le opere sono infatti realizzate dai writer e dai fan grazie ad alcuni stencil rilasciati dalla stessa Warner Music; l’operazione non è però piaciuta al governo locale che ne ha ordinato la rimozione a causa delle mancate autorizzazioni. Al di là delle beghe legali (pure comprensibili), è un vero peccato dover distruggere quelle che sono, a tutti gli effetti, piccole opere d’arte.

TBand: come suonano i sogni (se suonano)?

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Cosa succede mettendo assieme una canzone italiana famosa in mezzo mondo, un remix in chiave hard-pop (ve li ricordate i Finley?) e uno degli spot più martellanti degli ultimi tempi? La TBand, ovvero una delle poche operazioni musical-commerciali in grado di far rimpiangere le care vecchie boyband. La TBand, per intenderci, è il gruppo protagonista degli spot Tim che – da qualche mese – interrompe qualsiasi programma e/o serie televisiva per renderci partecipi delle loro avventure: la ricerca di un nuovo batterista, il possibile ingresso di Fiammetta, l’amore travagliato di quello che si presume essere il frontman della band. E ogni volta, a fare da sottofondo ad ogni stacco pubblicitario, c’è proprio «Con te partirò», la cover precedentemente citata del brano portato al successo da Bocelli ed oggi reinterpretata in maniera un po’ scanzonata dai quattro ragazzi: vanno bene le cover, va bene svecchiare i brani del passato (anche se la versione originale era del 1995, mica preistoria), va bene il jingle-tormentone, ma questa versione non si puo’ proprio sentire. E pensare che da Venerdì passato, il singolo è nelle radio: il progetto, insomma, è serio e dietro c’è addirittura Caterina Caselli (che ultimamente non sbaglia un colpo), che già pensa a mandarli a Sanremo. Basteranno una massiccia campagna promozionale, un approccio alla musica molto televisivo (Alan Cappelli viene da Amici e dal set di New Moon, Marco Velluti dai casting di X Factor, Luca Palmieri dalla fiction «Anna e i Cinque» e Fiammetta Cicogna dal videoclip di Dimmi delle Vibrazioni) e orientato al web (blog, mySpace, twitter, facebook) per sopperire ad un appeal musicale veramente scarso? La risposta, purtroppo, la conosciamo.