Restaurant City, pochi semplici trucchi per il successo

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Chi bazzica un po’ su Facebook conoscerà senz’altro Playfish, la software house che sta dietro alle applicazioni più celebri del social network: Who has the biggest brain (impietosamente abbandonato dopo la prima fallimentare partita), Pet Society (delizioso ma terribilmente monotono) e Restaurant City. Proprio quest’ultima applicazione è una delle più recenti e, come suggerisce il nome, è un semplice simulatore di ristorante. E rischia di diventare quella a più alto rischio dipendenza.
Le chiavi del successo di Restaurant City, perlomeno per quanto mi riguarda, sono poche ma efficaci. La prima è la possibilità di realizzare un avatar decisamente carino: non sarà una feature indispensabile, però con pochissimi passaggi è possibile creare un omino (o una donnina, ovviamente) somigliante, grazioso e tutto in 3d da sfoggiare nel profilo. Come insegna poi Pet Society, è possibile pure rifargli tutto il guardaroba spendendo le stesse monete virtuali guadagnate grazie al ristorante. Altro elemento di forza è la possibilità di reclutare gli amici: tutto il personale deve essere scelto tra i contatti del giocatore; a loro non cambia niente – non sono obbligati a giocare, insomma – ma noi possiamo vedere sgobbare giorno e sera gli amici (e magari far fare la fame a chi tanto amico non è). Infine, elemento essenziale, la facilità di gioco: non si deve fare praticamente niente. In Restaurant City si comporta come una sorta di acquario: ci sono i clienti che vanno e vengono, i cuochi che si danno da fare, i camerieri che corronno su e giù per il (microscopico) locale… e basta. Eppure è impossibile togliere lo sguardo da quel micromondo in continuo fermento. E dove si serve zuppa alle quattro del pomeriggio.

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