Life on Mars

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Questo post nasceva con l’intento di analizzare – senza troppe pretese, per carità – le prime (e uniche) due stagioni di Life on Mars, la serie anglosassone che ha riscosso un incredibile successo di critica e pubblico in Inghilterra, tanto da fargli valere un remake tutto americano (e una versione italiana dall’agghiacciate titolo 29 Settembre). Ma andiamo con ordine: dopo aver visto l’enigmatico finale, è difficile – se non impossibile – non disquisire sulle molteplici interpretazioni, piuttosto che riprendere le parole con le quali i critici hanno osannato la serie. Eppure un minimo di commento globale devo farlo: Life On Mars è una gran serie. Perché si butta in un genere inflazionatissimo e ne esce a testa alta, perché polizieschi e affini li producono praticamente tutti, ma una qualsiasi fiction italiana (e non solo) vale meno di una singola idea presa a caso da una puntata qualsiasi. Perché aldilà del plot iniziale, i semplici casi di fondo sono ben sopra la media. E infine perché, per rivitalizzare il genere, va a scavare all’origine – nel 1973, appunto – scovando un mondo che sa essere molto più interessante dei tecnologici anni Duemila. Ecco, questi sono i motivi per cui avreste dovuto seguire Life On Mars. O per cui dovreste comparvi i 2 dvd (o magari pregare per una nuova trasmissione, cosa improbabile per Rai Due, un pò meno per Rai 4). Se invece l’avete già vista, non avrete paura degli spoiler qua sotto sul finale e potete proseguire nella lettura.
Che cavolo di fine ha fatto Sam Tyler? Innanzitutto: il passato del Sam del 1973, quella copertura voluta da Morgan, era solo una prova per testare la forza del paziente o era davvero la realtà? Tutto farebbe optare per la prima opzione, eppure abbiamo ben capito quale fosse per Sam la vita vera, quella che valeva la pena di vivere; se poi il suo futuro è nel ’73, bè, un qualche passato dovrà pure averlo nel ’73, no? Secondo dubbio, quello classico: Sam si è risvegliato e poi suicidato o l’operazione è andata male? In questo caso sono addirittura gli addetti ai lavori a scontrarsi: per Matthew Graham – uno degli autori – sarebbe valida la prima ipotesi, per l’attore John Simm la seconda. Premettendo che per farsi un’idea occorrerebbe guardarsi il sequel spirituale, Ashes to Ashes (cosa che conto di fare presto e che, leggendo distrattamente il plot, pare confermare l’ipotesi del suicidio), trovo molto più azzeccata, sebbene dura da digerire, la scelta del risveglio e poi della morte: insomma, il disgraziato ha cercato per due stagioni di tornare alla vita vera e, quando ce la fa, capisce di aver remato contro la sua stessa volontà; così sceglie l’unica via rimasta: il suicidio. Con il bel messaggio che l’Aldilà in fondo è la concretizzazione di tutto quello che desideriamo. E per Sam Tyler il paradiso è il 1973.

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