Perchè Google è sempre Google

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Non ho ancora analizzato a fondo Bing, il nuovo motore di ricerca con cui Microsoft tenta (per l’ennesima volta) di strappare il predominio di Google, quindi non so dire se sia davvero migliore dello storico rivale. In realtà non mi interessa neanche tanto saperlo: utilizzo sempre e solo Google in virtù delle numerose comodità che offre, tra cui diversi servizi di cui non potrei davvero fare a meno (Google Reader, Gmail, Google Docs, oltre a Chrome) che perfettamente si integrano al motore di ricerca. Leggendo l’articolo di Repubblica.it proprio riguardo a questo argomento non sono però riuscito a fare a meno di provare Blind Search. Blind Search è un sito che permette di cercare contemporaneamente la stessa parola su tre motori di ricerca (oltre a Google e Bing anche Yahoo!) e visualizzarli nella stessa pagina, nascondendo però il nome del sito che ha elaborato ciascuna della lista di risultati. In questo modo è impossibile cadere preda dei pregiudizi: Blind Search è una garanzia di imparzialità. E io devo ammettere che, in tutte le mie ricerche, ho sempre preferito i risultati di Google: sarà l’assuefazione al motore di Mountain View o davvero i suoi risultati rimangono i migliori?

Influenza suina: Internet può sopperire ai silenzi della Politica?

La notizia di un affetto italiano dall’influenza suina, benché sia già guarito, fa paura. Fa paura perchè ci avevano promesso che l’Italia, sebbene fosse difficile crederlo, era totalmente libera dal virus: eppure qualcuno sapeva ed ha taciuto. La soluzione all’omertà della Politica però potrebbe esserci e risponde ancora una volta al nome di Internet. Una pagina apposita di Google Trends mostra come, nel mese di Aprile, in Messico ci sia stata una strana inversione di tendenza nella ricerca della keyword “Flu”, influenza. Un picco rilevabile ben prima delle prime notizie ufficiali e che, se non fosse rimasto inascoltato, avrebbe forse potuto salvare qualche vita. Difficile accorgersi in tempo di tutto ciò? No, affatto. Wired.it segnala la storia di Veratect, una start up di biosorveglianza americana, che avrebbe segnalato l’epidemia al Centers for Disease Control il 16 Aprile basandosi sulle informazioni rilevate via Twitter e blog messicani. Risultato: l’allarme non è stato considerato attendibile.

Lo strano caso di Twitter

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Twitter è stato creato nel marzo 2006 da una società di San Francisco, l’Obvious Corporation. #

Mi piaceva aprire così il post, sottolineando quella data in grassetto. Marzo 2006, sono tre anni esatti eppure il servizio di microblogging più famoso al mondo sta vivendo il suo boom proprio adesso, nel pieno del 2009. E la cosa più curiosa è che il boom è stato inaspettato, controcorrente. Erano le prime settimane dell’anno e pareva che Facebook, fresco di introduzione dello status online pubblico, ne fosse il successore naturale. Facebook ucciderà Twitter, così titolavano parecchi blog. Poi la notizia inaspettata: Twitter è cresciuto del 900% in un anno. E, in barba ad ogni previsione precedente, è stata Twitter mania. Demi Moore salva una suicida grazie a Twitter, Lindsay Lohan si lascia tramite Twitter, Ashton Kutcher è Twitter-dipendente. Non si parla di altro, addirittura il Corriere – lunedì passato – ha messo in home il logo azzurro per sottolineare come quella ancora in corso sia la prima catastrofe naturale 2.0. Un intervento magari fuori luogo, ma innegabilmente veritiero.
E proprio a questo riguardo, una settimana fa, il Guardian ha preparato un azzeccato pesce d’Aprile:

Edizione straordinaria: Il Guardian diventerà il primo quotidiano al mondo pubblicato esclusivamente su Twitter. #

Era volutamente esasperato, ovvio, ma non così folle come può sembrare ad una prima occhiata. I 140 caratteri di Twitter non sono poi molti meno di quelle delle più svariate agenzie, ma in compenso la velocità e la facilità di diffusione sono aspetti probabilmente irreplicabili al di fuori del network. Tanto che Google starebbe seriamente pensando all’acquisto. Che il futuro sia in qualche modo legato a Twitter?

Viralità varie

Un giorno racconteremo ai nostri nipoti di quel sabato in cui Google era impazzito e dava per “dannoso al tuo computer” qualsiasi sito: noi, tra le tre e le quattro di quel trentun Gennaio, eravamo al computer connessi a internet. A Mountain View probabilmente stavano procedendo al licenziamento dell’impiegato che ha causato tutto ciò, quello che inserendo uno slash di troppo ha bloccato tutti i siti del mondo. E’ impressionante come un semplice errore di battitura non solo influenzi un intero motore di ricerca, ma riesca pure a conquistarsi le prime pagine di mezzo mondo. Un po’ come farà la g più virale della blogosfera italiana: in pochi sanno di cosa si tratta (e io faccio parte della maggioranza ignorante), ma tutti ne parlano. Figuriamoci se avrei potuto fare eccezione.

La censura morbida

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Posso dirlo? Anche Beppe Grillo può prendere qualche abbaglio. Questo fatto della censura morbida di Google mi sembra una gran cavolata: l’edizione italiana – e si badi bene, solo quella italiana – non presentava il nome del comico/blogger tra i suggerimenti. Scandalo. Poco importa che cercando beppe, grillo o addirittura solo blog il primo risultato sia sempre il suo sito; poco importa che Google abbia sistemato la faccenda appena segnalata: nono, alla fine del post in questione ha scritto addirittura

Google ha corretto la censura.

Magari avrà ragione lui, però queste manie di persecuzioni cominciano ad essere un po’ noiose. Soprattutto perchè tutto si può dire, ma non che Grillo abbia poca visibilità. Google non indicizza più il mio blog e infatti le visite son crollate da qualche mese. Che faccio, grido alla censura anch’io? 😉

Il Sogno di Google (e non solo)

Dream, sogno: il primo telefonino di Google ha un nome decisamente pretenzioso, forse pure troppo. L’aspetto è piuttosto spartano, lontano anni luci dalle linee eleganti dell’iPhone, eppure il GPhone ha la carta giusta per competere (e stracciare) il rivale di Cupertino: l’utilità. Piena compatibilità con tutti i servizi online di Google (fra tutti Earth e StreetLive per la navigazione GPS), il sistema operativo opensource Android, un prezzo tutto sommato competitivo ($179 con un contratto biennale) e qualche applicazione già annunciate (TuneWiki, per fare il karaoke tramite YouTube, e la versione di Amazon per il download di mp3).
Dopo qualche minuto di incertezza, l’HTC Dream G1 ha conquistato pure me, riuscendo a destare in me quel mix di curiosità ed attesa che non provavo dall’annuncio del primo iPhone. Che sia già arrivato il successore del mio Nokia N73? Per l’Italia bisognerà aspettare i primi mesi del 2009.