La città incantata

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Hayao Miyazaki è probabilmente il più grande guru dell’animazione, nipponica e non. A dirlo non sono certo io, ma l’immensa filmografia del suo Studio Ghibli e l’Oscar vinto nel 2003 per «La città incantata». Un solo Oscar, verrebbe da dire. E proprio La città incantata – che ho avuto modo di vedere qualche settimana fa sulla scia dell’entusiasmo per Il castello errante di Howl – è un gran bel film; secondo alcuni è il migliore di Miyazaki, secondo altri sta dietro solo al tormentatissimo Tonari no Totoro (rimandato in Italia da 20 anni, dovrebbe uscire in Estate).
Chichiro è una bambina di appena dieci anni, costretta a traslocare con i genitori in una nuova casa: il film si apre proprio con i tre, in automobile, alla ricerca della nuova abitazione. Certi di averla individuata, decidono di raggiungerla percorrendo una strada appena battuta nel mezzo della natura: la scorciatoia si rivela sbagliata, tanto da portarli davanti all’ingresso di uno strano edificio non dissimile ad una stazione. I genitori, stranamente attratti dalla costruzione, entrano e scoprono – assieme ad una Chichiro annoiata e trascinata con loro – una strana città desolata composta soltanto da bancarelle e locali all’aperto: nonostante le rimostranze della figlia, decidono di fermarsi a mangiare in uno dei ristoranti abbandonati ma ricchi di cibo appena cotto. Neanche il tempo di terminare il pasto, che i due vengono trasformati in maiali: Chichiro rimane dunque sola nella Città Incantata. E dovrà riuscire a liberare i genitori, scappare dal magico regno in cui è capitata, trovandosi un lavoro e combattendo contro il pregiudizio dell’essere l’unico essere umano della città (sebbene gli altri abitanti non siano fisicamente molto diversi).
Nel complesso un’ottima prova per Miyazaki e compagni: personaggi ben caratterizzati, storia sempre ispirata, animazioni (fatte a mano) da applausi. E, come nel Castello Errante, due sono stati gli elementi che più mi hanno colpito: il character design (specie sul finale, con i tenerissimi Boh trasformato topo e il moscerino che lo accompagna) e la capacità di far immedesimare lo spettatore nei diversi personaggi.

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Il castello errante di Howl

castelloAmmetto di non aver mai visto opere di Hayao Miyazaki prima di ieri sera: l’occasione della redenzione è stato ovviamente l’eccezionale trasmissione de Il castello errante di Howl su Rai Tre. Eccezionale perchè di animazione nipponica in Italia se ne parla davvero poco, soprattutto in prima serata; eccezionale perchè il Castello Errante è di per se un ottimo lungometraggio. Magari un po’ complicato, non chiarissimo in alcuni passaggi (come sul finale), ma con un’atmosfera magica difficilmente ripetibile; gran parte del merito di ciò va ai personaggi, semplicemente deliziosi: dalla protagonistamone  Sophie che diventa una non troppo adorabile vecchina, alla possente (ma tenerissima) Strega delle Lande, dal simpaticissimo Rapa al de(per modo di dire) Cancer. Tutti ottimamante caratterizzati sia dal punto di vista figurativo – alta qualità come il resto del film, d’altronde – che da quello emotivo. Ma il campo dove forse l’opera riesce meglio è, come si era riproposto lo stesso Miyazaki, nella rappresentazione della vecchiaia: la trasformazione della diciottenne Sophie in novantenne (tranquilli, non è uno spoiler) riesce perfettamente a far immedesimare lo spettatore nei panni di chi vorrebbe fare molto, ma che ha un fisico che la ostacola inevitabilmente. L’opera è liberamente tratta dal romanzo omonimo di Diana Wynne Jones, che – ovviamente – spero di rimediare al più presto assieme al suo sequel.