Considerazioni sparse su Lucca Comics & Games 2009

    lucca

    • Fosse pure l’edizione più brutta di sempre, Lucca Comics & Games è comunque la cosa che più si avvicina al Paradiso, non c’è storia.
    • Nonostante la pessima gestione, nonostante i cambi di binari all’ultimo secondo, nonostante il caos, viaggiare in treno è troppo comodo. E farlo su un treno pieno di cosplayer è ancora meglio.
    • Lucca è magnifica e visitarla tutta per cercare i vari stand sparsi per la città è bellissimo.
    • Il ramen rientra, assieme al sushi e a quasi tutto il cibo giapponese, tra quelle cose che “son tanto carine da vedere, me le mangerei con gli occhi, ma sono agli antipodi rispetto ai miei gusti”. Purtroppo.
    • Un unico appunto: troppa troppo troppa gente. Capisco che in questo modo si puo’ parlare di grande successo, ma ingrandire un pochino gli stand proprio non si puo’?
    • I ragazzi che stavano agli ingressi degli stand si dividevano in quelli che “è più che sufficiente mostrare il braccialetto, tanto manco ti guardo” e quelli che “fammi controllare il biglietto, brutto nerd spilorcio“. Ed era possibile distinguerli solo nel momento in cui entravi (ovvero quando mostravi il biglietto a quello che se ne fregava totalmente o quando ricevevi la minaccia dall’altro perchè ti limitavi a tenerlo in tasca).
    • Sono riuscito ad evitare chiunque regalasse qualsiasi tipo di omaggio, ma in compenso mi sono beccato tutti quelli in cerca di donazioni. Ho una certa abilità, non c’è che dire.
    • Posso dire di aver visto una gigantografia di un Rabbids, una di Maxwell, un centinaio di peluche nintendosi neanche troppo cari e un sacco di roba talmente kawaii da far venire il diabete. E non ho preso niente (neanche una foto) di tutto ciò.
    • Veder spuntare ovunque (ma proprio ovunque) gente con quelle splendide maschere da Rabbids e non avere la  più pallida idea di dove fossero distribuite, bè, mi ha fatto sentire un vero idiota. Non aver provato la demo di Red Steel 2 ha sortito più o meno lo stesso effetto.
    • Quei ragazzi che hanno fatto il cosplay da emoticon sfoggiando quei cartelli/bandierine hanno tutta la mia stima. Se siete all’ascolto, palesatevi.
    • Non l’avrò visto al cinema, ma posso dire di aver comprato il dvd di Ponyo sulla scogliera con 11 giorni di anticipo rispetto alla data di uscita. Tiè.
    • Alla fine c’è sempre questa triste legge per cui, uscito dagli stand, oltrepassati i confini lucchesi e sulla via del ritorno, ti penti di non aver comprato abbastanza. E cominci a fare il countdown per l’edizione successiva (-354, comunque).
    Annunci

    Sono sempre vivo…

    … ma devo riprendermi dagli oltre 500 feed arretrati, devo accettare che il mio cellulare stia lentamente morendo e che Veronica Maya – la migliore delle quattro Angels – ha fatto un flop clamoroso con il miglior programma dei quattro, devo setacciare tutte le radio italiane per scovare il nuovo singolo dei Velvet, devo leggere il libro di Morgan (arrivato dopo soli due mesi dall’ordinazione), devo vincere la personalissima lotta contro il raffreddore, devo spedire un paio di mail per reclamare altrettante riviste a cui sono abbonato e che non sono mai arrivate e soprattutto devo trovare qualcuno con cui andare a vedere Ponyo sulla scogliera (subito dopo aver trovato un cinema nei paraggi che lo dia già venerdì prossimo). Insomma, sono impegnato in tante cose inutili.

    La città incantata

    lacittaincantata

    Hayao Miyazaki è probabilmente il più grande guru dell’animazione, nipponica e non. A dirlo non sono certo io, ma l’immensa filmografia del suo Studio Ghibli e l’Oscar vinto nel 2003 per «La città incantata». Un solo Oscar, verrebbe da dire. E proprio La città incantata – che ho avuto modo di vedere qualche settimana fa sulla scia dell’entusiasmo per Il castello errante di Howl – è un gran bel film; secondo alcuni è il migliore di Miyazaki, secondo altri sta dietro solo al tormentatissimo Tonari no Totoro (rimandato in Italia da 20 anni, dovrebbe uscire in Estate).
    Chichiro è una bambina di appena dieci anni, costretta a traslocare con i genitori in una nuova casa: il film si apre proprio con i tre, in automobile, alla ricerca della nuova abitazione. Certi di averla individuata, decidono di raggiungerla percorrendo una strada appena battuta nel mezzo della natura: la scorciatoia si rivela sbagliata, tanto da portarli davanti all’ingresso di uno strano edificio non dissimile ad una stazione. I genitori, stranamente attratti dalla costruzione, entrano e scoprono – assieme ad una Chichiro annoiata e trascinata con loro – una strana città desolata composta soltanto da bancarelle e locali all’aperto: nonostante le rimostranze della figlia, decidono di fermarsi a mangiare in uno dei ristoranti abbandonati ma ricchi di cibo appena cotto. Neanche il tempo di terminare il pasto, che i due vengono trasformati in maiali: Chichiro rimane dunque sola nella Città Incantata. E dovrà riuscire a liberare i genitori, scappare dal magico regno in cui è capitata, trovandosi un lavoro e combattendo contro il pregiudizio dell’essere l’unico essere umano della città (sebbene gli altri abitanti non siano fisicamente molto diversi).
    Nel complesso un’ottima prova per Miyazaki e compagni: personaggi ben caratterizzati, storia sempre ispirata, animazioni (fatte a mano) da applausi. E, come nel Castello Errante, due sono stati gli elementi che più mi hanno colpito: il character design (specie sul finale, con i tenerissimi Boh trasformato topo e il moscerino che lo accompagna) e la capacità di far immedesimare lo spettatore nei diversi personaggi.